C’è una leggenda secondo cui il conte di Siracusa Paolo Leopoldo di Borbone, il quale fece costruire nel 1792 una splendida villa a picco sul mare di Sorrento per godere del clima e dell’impareggiabile bellezza del luogo, avesse trasformato una delle stanze in un’alcova da condividere con la sua Tania Zoratrovich, marchesa di Szeged (Ungheria), della quale era perdutamente innamorato. Si narra che quando la marchesa, malata di tisi, morì, il conte impazzì dal dolore e in quella stessa stanza, che era stata un luogo prediletto, cavò dal pavimento le maioliche con le unghie, in un gesto folle e disperato.
Alla fine del regno borbonico, mentre a Palermo la crescita di maestrie artigiane viene sempre più a scemare, a Napoli si assiste a una nuova fioritura delle arti e, grazie alla Scuola Officina istituita dal principe Gaetano Filangieri, a un nuovo impulso verso gli antichi mestieri nell’arte del vetro, del legno, del ferro battuto e della ceramica. Negli atelier della Scuola insegnano maestri di grande fama come Domenico Morelli, Giovanni Tesorone e Filippo Palizzi, i quali poi saranno anche i maestri dei maggiori artisti siciliani della fine del XIX secolo.
Proprio a Filippo Palizzi, nel 1888, il nuovo proprietario di Villa Siracusa, Costantino Cortchacow, cugino dello zar Nicola II, commissiona la ristrutturazione del pavimento della stanza. Il suo desiderio è quello di rendere omaggio alla struggente drammatica storia d’amore del precedente proprietario e così il maestro ceramista realizza un’opera unica, come mai se ne erano viste in precedenza.
Sulla bianca superficie del pavimento sono raffigurati con la tecnica del trompe-l’oeil, in maniera irregolare, centinaia di delicati boccioli e petali di rose, cosparsi a terra come se la finestra si fosse spalancata all’improvviso e il vento avesse giocato con i fiori, trascinandoli all’interno della stanza in un impeto primaverile per poi abbandonarli per sempre immobili in piccoli cumuli scomposti.
L’opera, di straordinaria originalità, non fu apprezzata da tutti e ricevette diverse critiche dagli animi più ortodossi, ma grazie alla sua atipicità colpì favorevolmente i gusti della nobiltà.
Quando poi nel 1891, nella Palermo dei Florio viene allestita l’Esposizione Internazionale, uno dei padiglioni ospiterà alcune delle migliori composizioni ceramiche della scuola napoletana. Donna Florio, in procinto di sposarsi con il potente Ignazio Florio, viene colpita a tal punto dalle maioliche con i petali di rosa che deciderà di collocare un pavimento uguale nella sua stanza privata all’interno di Palazzo Florio, futura dimora degli sposi dopo le nozze. Il costo, una follia per l’epoca: seimila lire.
Il pavimento realizzato da Filippo Palizzi su commissione di Cortchacow è ancora visibile all’interno della struttura originale, oggi divenuta un albergo di lusso, mentre a seguito degli eventi conseguenti al declino della famiglia Florio, la palazzina nella quale è presente il pavimento finisce nelle mani del principe di Fitalia nel 1919 e successivamente viene acquistata dalla congregazione delle suore Figlie di san Giuseppe che ne fanno un convento, all’interno del quale il pavimento, ben conservato, è ancora visibile.
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One thought on “Il Pavimento Palizzi, storia di un amore disperato”
Dopo aver letto della Auci sui Florio… ho saputo di questo pavimento che e’ ancora posato a Villa Florio
Dopo aver letto della Auci sui Florio… ho saputo di questo pavimento che e’ ancora posato a Villa Florio