“Il Turco”, l’automa che ossessionò mezzo mondo e fu smascherato da E. A. Poe

“Il Turco”, l’automa che ossessionò mezzo mondo e fu smascherato da E. A. Poe

 Nel 1816 E.T.A. Hoffmann scrisse un racconto dal titolo Die Automate (“Gli automi”) che iniziava con queste parole: Il turco parlante aveva suscitato un generale scalpore: l’intera città era in subbuglio e, giovani e vecchi, aristocratici e plebei, accorrevano dalla mattina alla sera per ascoltare gli oracoli che quella strana figura dall’aspetto di cadavere vivente sussurrava a labbra serrate all’orecchio dei curiosi.

Nella storia raccontata da Hoffmann, quello che chiamavano “il Turco” era un pupazzo meccanico vestito con abiti orientali, che interrogato dai curiosi riusciva a predire il futuro con inquietante precisione.

E.T.A. Hoffmann

Lo scrittore, esponente di spicco del Romanticismo tedesco, nel concepire questa storia fu ispirato, come accadeva quasi sempre nel suo caso, da un fatto reale avvenuto in un momento storico particolare nel quale, grazie alle scoperte scientifiche e all’affermazione del razionalismo illuminista, si aveva l’impressione che l’uomo potesse realizzare qualunque meraviglia avesse in mente. Dalla seconda metà del ‘700 fino almeno alla metà del 1800, infatti, si assiste a una vera e propria ossessione per la meccanica “di svago”, tanto che in tutte le corti europee gli ingegneri e i meccanici si sfidano nella costruzione di macchinari strabilianti come stupefacenti carillon, graziose ballerine automatiche e talentuosi fantocci musicisti.

In questo contesto fece la sua comparsa il Turco, creato dal barone ungherese Wolfgang von Kempelen (1734-1804), inventore e consigliere aulico presso gli Asburgo. Von Kempelen nel 1769 mostrò a Maria Teresa d’Austria l’automa da lui costruito presentandolo inizialmente come “pupazzo d’oriente” – e poi successivamente semplicemente come “il Turco” – per le sembianze e l’abbigliamento orientali che gli conferivano un fascino misterioso – spacciandolo per un vero e proprio prodigio poiché pareva fosse un abilissimo giocatore di scacchi, capace di vincere contro chiunque. L’automa veniva infatti presentato al suo pubblico posizionato davanti a una cassa piena di ingranaggi complicati sulla quale era disposta una scacchiera.

L’imperatrice e l’intera corte, dopo averlo visto all’opera, furono a tal punto affascinate dal talento del Turco che la sua fama si sparse in fretta e le sue esibizioni furono sempre più richieste, tanto che von Kempelen pensò bene di portare la sua creatura in giro per l’Europa dove le migliori menti dell’epoca si scervellavano per carpirne il segreto, il trucco nascosto dietro la sua infallibilità. La bizzarra tournée partì con una prima tappa a Parigi, presso la corte di Maria Antonietta, che rimase estasiata dal pupazzo campione di scacchi e pertanto volle farlo esibire al Café de la Régence, luogo d’incontro della intellighenzia parigina dove i migliori scacchisti dell’epoca sgomitavano per sfidarlo, tra questi anche Benjamin Franklin, che allora era ambasciatore in Francia, venne sconfitto dal Turco. Successivamente von Kempelen si spostò a Londra, dove riscosse un successo straordinario, prima di proseguire poi per Amsterdam, Francoforte, Lipsia, Dresda, accumulando fama e denaro.

Prima di ogni esibizione, al pubblico veniva mostrato l’interno della cassa che pareva essere solo piena di fili e complicati ingranaggi. Per quanto ci si sforzasse, nessuno riusciva a capire come un automa potesse elaborare le mosse dello sfidante e reagire nel gioco in maniera così intelligente.

Locandina di un'esibizione dello scacchista meccanico

Una volta terminata la tournée europea, von Kempelen smontò il Turco, che gli pareva avesse svolto egregiamente il suo compito, e si dedicò ad altri progetti. Quando morì, nel 1804, era certo di portarsi il segreto della sua creazione nella tomba e probabilmente sarebbe stato così se l’anno successivo Johann Nepomuk Mälzel, personaggio spregiudicato e controverso, anch’egli appassionato costruttore di automi, amico di Beethoven e futuro inventore del metronomo, non l’avesse acquistato per una somma considerevole dai suoi eredi. Mälzel riassemblò tutte le parti dell’automa e il Turco, del quale si era quasi perso il ricordo, tornò nuovamente alla ribalta, questa volta ribattezzato come “il Giocatore di Mälzel”. In questa sua seconda vita, il manichino prodigioso si ritrovò anche faccia a faccia con Napoleone Bonaparte, che nel 1809, entrando vincitore a Vienna, approfittò dell’occasione per giocare qualche partita con il famoso scacchista meccanico, dal quale venne miseramente sconfitto ogni volta. Attorno a questo episodio girano diverse leggende che riportano versioni contrastanti circa l’atteggiamento di Napoleone: secondo alcune, la prese sportivamente mostrandosi divertit, secondo altre, pare cercasse di mettere alla prova il Turco con mosse azzardate e sconclusionate, secondo altre ancora, lasciò il manichino con fare piccato e di malumore.

J.N. Mälzel

Il suo nuovo proprietario continuò a esibire lo scacchista meccanico in giro per l’Europa fino al 1825, quando di fronte a una crescente diffidenza da parte del pubblico, preferì trasferirsi negli Stati Uniti d’America. Ed è allora che il trucco che si nascondeva dietro al prodigioso fantoccio venne finalmente scoperto, quando tra il pubblico curioso ed entusiasta si ritrovò anche Edgar Allan Poe.

Poe osservò con grande attenzione i gesti dell’autonoma e ne studiò i probabili meccanismi fino ad escludere categoricamente che si trattasse di una macchina “pensante”, dal momento che le pause tra la mossa dell’avversario umano e la contromossa del manichino, specie in momenti delicati del gioco, apparivano a volte lunghe, fin troppo umane, come se l’automa stesse riflettendo. Se fosse stato un semplice meccanismo, al di là della difficoltà, l’automa avrebbe dovuto rispondere semplicemente basandosi su determinati schemi che lo mettevano in condizione di vincere. Invece era capitato addirittura che qualche volta avesse perso. Così alla fine si venne a capo del misterioso congegno che per due secoli aveva stupito l’Europa e l’America: all’interno della cassa sulla quale era appoggiata la scacchiera si nascondeva un uomo di statura molto ridotta e abilissimo scacchista; quando gli sportelli sul retro, che venivano aperti alternatamente per mostrare al pubblico che dentro non c’era altro che un intrico di fili e di rotelle, il piccolo uomo si spostava agilmente da una parte all’altra. Una volta iniziata la partita, le mosse degli scacchi, dentro i quali erano stati nascosti dei magneti, potevano essere visualizzate anche dal nano grazie a magneti posti all’interno in corrispondenza della scacchiera. L’uomo, avendo così a disposizione una esatta visione del gioco, con l’aiuto della luce di una candela, rispondeva guidando la mano del manichino. Per far passare inosservato il fumo della candela che fuoriusciva dal turbante, prima di iniziare la partita si accendevano ai lati del Turco due candelabri con il pretesto di creare la giusta atmosfera.

E.A. Poe

Nonostante avesse finalmente svelato il mistero che l’avvolgeva, Poe, così come anche Hoffmann, era rimasto così colpito da quella storia che tempo dopo l’avrebbe in parte riportata nel racconto Von Kempelen e la sua invenzione.

Seppure con un successo ridotto, a seguito del suo segreto svelato, il giro del mondo dell’automa proseguì ancora arrivando a toccare anche Cuba. La sua avventura finì definitivamente nel 1954, quando il Museo Cinese di Philadelphia dov’era custodito andò in fiamme. E così il Turco, che aveva ispirato scrittori, scienziati e sfidato le migliori menti d’Europa e d’America per due secoli, venne ridotto in un mucchietto di cenere.

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