Quando Hemingway vide Mussolini “leggere” un dizionario al contrario

Quando Hemingway vide Mussolini “leggere” un dizionario al contrario

Durante la Grande Guerra furono molti gli scrittori americani, o aspiranti tali, che sentirono il dovere di andare a combattere in Europa. Come Faulkner e Fitzgerald, anche Hemingway fu tra questi e appena diciottenne fece domanda per arruolarsi.

Si trovava nel basso Pieve quando un giorno venne colpito prima dalle schegge di una granata e poi, mentre cercava di portare in salvo un ferito, dai proiettili di una mitragliatrice che raggiunsero un piede e un ginocchio. A seguito di queste ferite venne operato a Milano, dove conobbe un’infermiera americana di origini tedesche di cui si innamorò perdutamente senza essere corrisposto. Dall’esperienza vissuta in questo periodo trasse l’ispirazione per quello che sarebbe stato uno dei romanzi più incisivi di tutto il Novecento: Addio alle Armi.

Da allora Hemingway ebbe modo di tornare presto in Italia in qualità di giornalista e corrispondente del Toronto Daily Star e tra il 1922 e il 1923 venne due volte per incontrare Mussolini. La prima volta fu nel giugno del 1922, solo qualche mese prima della marcia su Roma, durante una conferenza stampa nella sede de Il Popolo d’Italia, quotidiano fondato da Mussolini dopo aver lasciato L’Avanti!.

Hemingway durante la degenza in ospedale a Milano

All’epoca non fu semplice per lo scrittore avere una chiara visione del personaggio e lo descrisse nel suo articolo semplicemente come “Un uomo grande dalla faccia scura, con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso e mani grandi”, ma soprattutto si legge che “Non è il mostro che è stato dipinto, non è un rinnegato socialista. Ha avuto molte buone ragioni per lasciare il partito”.

L’anno successivo, nel 1923, ci fu un secondo incontro in Svizzera. Hemingway è un giovane ventiquattrenne e sempre come inviato del Toronto Daily Star si trova alla Conferenza di Losanna presso Cheateau d’Ouchy, dove per il Regno d’Italia partecipa Mussolini.

Da quanto si legge nell’articolo frutto di quell’incontro, che titolava Mussolini, Europe’s Prize Bluffer, More Like Bottomley Than Napoleon, del 27 gennaio 1923, è chiaro che Hemingway nel giro di pochi mesi aveva completamente rivisto la sua opinione sul dittatore. Quelle che seguono sono le sue parole:

Mussolini è il più grande bluff d’Europa. Anche se domani mattina mi facesse arrestare e fucilare, continuerei a considerarlo un bluff. Sarebbe un bluff anche la fucilazione. Provate a prendere una buona foto del Signor Mussolini ed esaminatela. Vedrete allora nella sua bocca la debolezza che lo costringe a corrucciarsi nel famoso cipiglio mussoliniano che in Italia ogni fascista diciannovenne imita. Studiate il suo passato. Studiate quella coalizione tra capitale e lavoro che è il fascismo e riflettete sulla storia delle passate coalizioni. Studiate la sua genialità nel rivestire piccole idee con paroloni. Studiate la sua propensione al duello. Gli uomini davvero coraggiosi non hanno alcun bisogno di battersi a duello, mentre i vigliacchi duellano in continuazione per sembrare coraggiosi agli occhi degli altri. E guardate la sua camicia nera con le sue ghette bianche. C’è qualcosa che non va, anche sul piano istrionico, in un uomo che porta le ghette bianche con una camicia nera.

Non c’è spazio qui per addentrarsi nella questione di Mussolini, grande bluff o grande forza duratura. Può durare quindici anni o può essere rovesciato la prossima primavera da Gabriele D’Annunzio, che lo odia. Ma permettetemi di lasciarvi due immagini reali di lui a Losanna.

Il dittatore fascista aveva annunciato che avrebbe ricevuto la stampa. Sono accorsi tutti. La stanza era affollata. Mussolini era seduto a una scrivania a leggere un libro. Il suo volto era contorto nel famoso cipiglio. Stava interpretando il ruolo del dittatore. Essendo stato egli stesso un giornalista, sapeva quanti lettori sarebbero stati raggiunti dai resoconti che le persone presenti in quella stanza avrebbero scritto su quell’intervista . Rimase a lungo assorto nel suo libro, probabilmente immaginando le migliaia di righe che sarebbero state scritte sui giornali per cui lavoravano tutti quei corrispondenti.

Quando entrammo nella stanza il dittatore non alzò lo sguardo dal libro che stava leggendo, tanto era intensa la sua concentrazione.

Mi avvicinai in punta di piedi arrivando dietro di lui, per vedere che libro stesse leggendo con tanto avido interesse. Era un dizionario francese-inglese tenuto al contrario.

L’altra immagine di Mussolini è dello stesso giorno, quando un gruppo di donne di Losanna arrivò al Beau Rivage Hotel per regalargli un mazzo di rose. Erano sei donne della classe contadina, mogli di operai del posto, che stavano fuori dalla porta della sua suite in attesa di rendere onore al nuovo eroe nazionale italiano che era anche il loro eroe. Mussolini uscì dalla porta in redingote, con i pantaloni grigi e le sue ghette bianche. Una delle donne si fece avanti e attaccò il suo discorso. Mussolini la guardò torvo, sogghignò, lasciò che i suoi grandi occhi bianchi africani rotolassero sulle altre cinque donne e se ne tornò nella sua stanza. Quelle contadine poco attraenti vestite a festa  rimasero lì con le rose in mano. Mussolini aveva interpretato la parte del dittatore.

Dopo mezz’ora ricevette Clare Sheridan, che a forza di sorrisi era riuscita ad ottenere diverse interviste, e con lei si è intrattenuto in una conversazione di mezz’ora.

Naturalmente gli inviati speciali dell’epoca napoleonica possono aver notato in Napoleone gli stessi atteggiamenti e gli uomini che lavoravano al Giornale d’Italia ai tempi di Cesare possono aver scoperto in Giulio le stesse contraddizioni, ma dopo un attento studio sull’argomento mi pare che in Mussolini ci sia molto di più Bottomley, un enorme Horace Bottomley italiano, bellicoso e duellista, che non Napoleone.

Ernest Hemingway e Fernanda Pivano

H. Bottomley era un giornalista ed editore, membro del partito liberale del Parlamento inglese. Convinto sostenitore della causa nazionalista durante la Prima Guerra Mondiale, nel ’22 fu condannato a sette anni di reclusione per frode.

L’articolo di Hemingway costò, com’era prevedibile, la condanna all’oblio del suo autore nel nostro Paese fino al dopoguerra. Addio alle Armi, del 1929, arrivò in Italia solo verso la fine della Seconda Guerra Mondiale attraverso poche traduzioni clandestine, tra cui quella più celebre di Fernanda Pivano a causa della quale venne arrestata. Ma questa, in parte, è un’altra storia.

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