Nel film del 1983 Nostalghia del grande regista Andrej Tarkovsij, tra le numerose scene girate in ambienti suggestivi, quasi irreali, ce n’è una in cui il protagonista, il poeta russo Andrej Gorčakov, muove i suoi passi controcorrente in un fiume che sgorga dall’ingresso principale di una chiesa in parte sommersa. Dopo aver oltrepassato l’ingresso, all’interno trova una bambina che lo guarda in silenzio mentre stordito dall’alcol il poeta parla, rivolto a lei ma soprattutto a sé stesso, della vita e dell’amore trascinando le gambe nell’acqua, tra le mura ammuffite e scrostate illuminate dalla luna che filtra attraverso il tetto crollato.
La chiesa è quella di Santa Maria in Vittorino, situata nei pressi delle Terme di Cotilia, nel comune di Cittaducale in provincia di Rieti. La piana in cui sorge l’edificio è nota fin dall’antichità per essere ricca di sorgenti d’acqua ed essere soggetta a frequenti fenomeni carsici come i collassi improvvisi del terreno. Per questo motivo, in tempi antichi la piana di San Vittorino era considerata un accesso agli inferi e pertanto meta di pellegrinaggi e, già in epoca preromana, pare che i Pelasgi e i Sabini vi compissero sacrifici.
Grazie alla presenza di una sorgente considerata sacra, nel luogo in cui oggi si trova la chiesa, in epoca romana era stato eretto un tempio dedicato alle ninfe dell’acqua, credenza che ha resistito al passare del tempo, tanto che ancora ai giorni nostri l’acqua che sgorga dal pavimento è considerata dalla gente del luogo curativa e dotata di miracolosi poteri.
Nel 96 d.C., proprio dove sorgeva l’antico tempio delle ninfe d’acqua, subì il martirio San Vittorino di Amiterno. Secondo la leggenda, il santo venne legato e appeso a testa in giù su una sorgente sulfurea morendo dopo tre giorni avvelenato dei gas inalati. Il suo corpo venne seppellito inizialmente in una piccola cripta posta dove oggi sorge – e allo stesso tempo sprofonda – la chiesa di Santa Maria in Vittorino, prima di essere trasportato nella chiesa di San Michele Arcangelo, ad Amiterno, il secolo successivo.
Tra il Trecento e il Quattrocento, nel luogo in cui il santo venne martirizzato, la cripta venne sostituita dalla vera e propria chiesa e, come si può ancora leggere nell’iscrizione incisa sulla facciata, dal 1608 al 1613 vennero effettuati dei lavori di ampliamento, voluti dal vescovo di Cittaducale, Pietro Paolo Quintavalle, rendendo l’edificio uno dei principali luoghi di culto della zona.
Due secoli dopo, però, forse innescato dal terremoto del 1703, un sinkhole si aprì proprio sotto la chiesa, il terreno su cui era stata eretta iniziò a sprofondare, una sorgente emerse al suo interno e il pavimento venne completamente allagato. La chiesa era stata abbandonata da più di un secolo quando nel 1979 un terremotò ne causò anche il crollo del tetto.Nel 1988 la provincia di Rieti avviò un progetto di recupero per rallentare l’inabissamento dell’edificio e prevenire ulteriori crolli, progetto che però rimase solo sulla carta e non venne mai realizzato.
L’edificio versa tutt’oggi in un totale stato di abbandono e inghiottito dalla vegetazione continua inesorabilmente a sprofondare in quella che un tempo era la porta degli inferi.